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Marco Melchiorri, intensa raffinatezza in bianchi e neri ammalianti

L’AuraPhotographica, quell’Aura invisibile che trasparendo diafana rende vibrante un’immagine, come un trasognato incanto.

Sono Creature Erranti quelle che seguiamo dapprima con lo sguardo poi con i nostri pensieri, sperando in un fatale incontro di menti e anime. Creature erranti per mari, sperdute in labirinti di colonnati luminosi, vaganti per stanze d’arte, scrutate da statue che vorrebbero peregrinare cercando una libertà bramata e mai avuta.

Ammiriamo le creature erranti del fotografo Marco Melchiorri che sempre – in tutte le sue immagini di un un bianco e nero tagliente, o a volte morbido, luminoso, sfumato o di un bianco cangiante – ha trovato titoli per le sue opere che esprimono a meraviglia significati e significanti emozionali. Ancor prima di vederle percepiamo, nelle sue parole che compongono il titolo, una combinazione sensitiva fatta di immaginazione e sensibilità.

Una mutevolezza di figure nere erranti e imbizzarrite, rinchiuse in un quadrato di luce accecante, che si scontrano come birilli impazziti, come cellule dissennate in una estenuante rincorsa alla ricerca di nuovi orizzonti. La libertà come ricerca perenne. Dentro quella foto – delimitata dalla sottile linea della fantasia contro cui si scaraventano barcollando, scontrandosi le une contro le altre – sopravvivono in un difficile, precario peregrinare.

Cercare la libertà, sempre, all’infinito.

In Echoes – Respiri della materia un incredibile gioco di luci, grigi vellutati, sfocature evanescenti rende imponente, penetrante la presenza di statue trasognate. Morbide carni frementi nella loro casta nudità. Presenze mute, ma udiamo sussulti, sospiri, ansiti. La materia respira e loro si animano vivendo, nel breve istante di un click, una vita fugace; quell’istante che ci rende increduli che ciò possa accadere. Qui la fotografia diventa arte. Un quotidiano che si illumina di quella rara luce difficile da descrivere a parole. Una luce fisica. Teatralità fotografica. Sublimazione di immagini che penetrano nel nostro essere tutto, emozionandoci.

“Nei musei provo una sensazione difficile da definire, una tensione sottile ma persistente. Davanti alle opere non mi sento mai del tutto a mio agio. La loro apparente immobilità non è neutra, la percepisco come una presenza, qualcosa che trattiene uno sguardo, un’intenzione silenziosa.”

Groviglio di mani che pare giochino con il vento; muscoli guizzanti di un discobolo nell’atto di lanciare il disco, il suo corpo si muove, si contorce e tutt’intorno pare ci sia la spasmodica attesa di vedere dove finirà quel disco. Dovranno passare millenni per giungere sino a noi, qui, ora, adesso. Lo vediamo planare, catapultarsi nella giungla d’asfalto dei nostri tempi.

Folgorati dal sortilegio di una fotografia.

Il linguaggio del silenzio ci parla di sensazioni emotive che sottintendono minuscoli, sottili cambiamenti; mutazioni d’animo, trasformazioni di spazi, ambienti, mutazioni dell’essere. I cavalli sono protagonisti, Custodi del silenzio – Tracce divine nella natura, nel progetto di Melchiorri che li immortala in immagini di raffinatezza poetica avvolgendoli in impalpabili tenebrosità. È la ricerca di quell’Aura che la notte rende visibile trasfigurando l’apparente conosciuto in uno sconosciuto incantamento.

Ripensiamo alle parole di Margrit Coates nel suo libro Connecting with horses: “… i cavalli… sanno sentire quando qualcuno – inclusi noi umani – è impaurito o aggressivo o pericoloso per la loro sopravvivenza, oppure quando qualcuno raggiunge un luogo interiore di pace e serenità.”

Illuminati da una luce paradisiaca. Le loro sono tracce divine nella natura.


Perfezione e stilizzazione di forme, linee, volumi. Creatività, spiritualità, poetica struggente. La purezza di composizioni dove la natura è fonte continua di ispirazione per il fotografo che anche qui rende omaggio, con le sue immagini di pura essenzialità, alla Perfezione della natura e alle Liriche della natura.

Ci perdiamo in labirinti e, tra possenti colonne marmoree di lattea bellezza, ritorniamo bambini rincorrendo figure evanescenti; così ci incontriamo, in fuggevoli e imprevisti appuntamenti, contatti giocosi dove nel perdersi e ritrovarsi ci sentiamo frastornati per aver smarrito la nostra direzione della vita.

Ritrovarsi per perdersi? Disperdersi per non trovarsi più? Forse nasciamo già smarriti…

Marco Melchiorri si avvicina alla fotografia alla fine degli anni ’80 e dopo varie esperienze maturate in ambito fotoamatoriale si associa, nel 1995, al Centro Studi Marche – Fotografi del Manifesto – dove entra in contatto con esponenti di spicco della fotografia quali Mario Giacomelli ed Enzo Carli, che diventano i suoi maggiori punti di riferimento formativi, con i quali parteciperà successivamente a verifiche, mostre e pubblicazioni… Dal 1972 vive a Senigallia e lavora a Pesaro come Interior Designer. Si ispira all’opera di Mario Giacomelli, Edward Steichen, Hiroshi Sugimoto, Michael Kenna. (testo tratto da Massimo Renzi)

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3 thoughts on “Marco Melchiorri, intensa raffinatezza in bianchi e neri ammalianti
  1. Marco

    Cara Laura,
    ti sono estremamente grato per aver notato il mio lavoro e per le tua sofisticata lettura delle immagini.
    Hai una notevole sensibilità interpretativa e lo splendido testo ne è la prova.

    Conserverò con cura queste tue parole.

    Grazie ancora.

    Marco

    • Laura

      Grazie Marco, la più bella notizia è che l’articolo ti sia piaciuto, grazie per le tue belle parole! Le tue fotografie mi hanno veramente emozionato, una bellissima luce, sempre.
      Sono contenta e, come scrivo sempre ai fotografi che conosco “virtualmente”, magari un giorno ci conosceremo di persona…

      Allora a presto!

      Laura

      • Marco

        Certo Laura, mi farebbe molto piacere ringraziarti di persona. Ho appena riletto con grande emozione il tuo testo!! Bravissima!!
        A presto!

        Marco

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