Il primo impatto alle fotografie di Fabrizio Ceci avviene attraverso questa sua sintetica e significativa frase che colpisce per l’immediatezza volitiva e sincera e, intrigandoci assai, scorriamo vorticosamente le sue foto percependo già le tante sfaccettature del suo fotografare.
Una fotografia energica, tenace, creativamente risoluta che dona tante emozioni. Le scopriamo nei suoi innumerevoli progetti affrontati con l’entusiasmo di chi ama la fotografia per quello che ha rappresentato e rappresenta; una fotografia dove c’è tutto quello che serve a documentare la realtà inventandone altre. Così è per tutti, forse, ma sicuramente lo è per Fabrizio Ceci.

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Capelli bianco fluorescente, movimenti cinetici, luci intermittenti, musica tecno alla consolle Charlotte de Witte; bellezza aliena, profilo alla francese, vivida concentrazione, sfrenata vitalità. Meraviglia di una donna danzatrice per l’eternità. Femme Fatale titolo che include tutto questo e molto di più.
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La Donna guardata, ammirata, esaltata, folgorata in immagini che ci guardano, in immagini sonore, in immagini che urlano; protagonista amata, odiata, evocata, impacchettata come in Xeroderma. Un totem iridescente, una donna simbolo metafora di tutte le altre, un immortale urlo muto come infinito eco nello spazio represso: My body is a cage. Prigioniera sotto un Midnight Sun. Un lumino fecondo nel mondo.
Il nero cela parte del suo corpo come il mantello dell’invisibilità nelle fiabe. Ma quello che una luce carezzevole trasforma in rilucente ci fa immaginare quanto non si vede ma c’è. Si percepisce la presenza di lei, i movimenti languidi, il profumo. Il suo sguardo che ci guarda ma non ci vede. Poi sparisce nel buio e inizia a sognare Another Lonely Dream. Sequenze di un film che vorremmo vedere, fotogrammi di una storia avvolta in una oscurità ricca di sensualità che scorre sulla pelle candida di una lei che incanta. Un buio silenzioso, il respiro lieve e assonato, farfalle di carta che volano davvero. Perché qui tutto è finto come se fosse tutto vero.



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Altre donne, altri ritratti rubati qua e là, dove i volti captano la nostra curiosa attenzione. Ci sentiamo attratti, vorremmo conoscere le loro storie, sentire racconti di vite vissute diversamente. Donne in prima linea, donne sofferenti con le mani fasciate, donne che lottano, donne al telefono, donne sfocate che fuggono da tutto e tutti. Bianchi e neri mutevoli, nitidezza esasperata, saturazioni e sfocature, definizioni di tonalità crude e accecanti, morbide e malleabili. Titoli espressivi per volti magnetici e foto iconiche. Coming Back to Life, Freedom, (Im)Perfect day, The call, Danzando con l’anima.
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La vita irrompe sulla scena, esistenze colte con occhi curiosi; fissare espressioni, corpi, movenze, sorrisi, decifrare vite che appaiono come meteore e se ne vanno ma Fabrizio le ha già immortalate così, con i loro segreti paure gioie. Se ne vanno tutti e rimangono questi ricordi da sfogliare finalmente con calma, lontano da quella frenesia creativa che non ti lascia mai. Sono album dove la vita irrompe e fatica a rinchiudersi in pagine, vorrebbe scappare e continuare a vivere in un flusso infinito di vitalità eterna. Waiting for a better world, Don’t Stop Dreaming!
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E chi meglio di Napoli può configurare realtà di vita inarrivabili? Vivere attimo per attimo in un fluido di umani veraci come vongole, vocianti, creativamente ammalianti, truffaldini. Geniali inventori di storie quotidiane Vota la trippa con un Totò simbolo di una napoletanità profetica.
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Ma la vita entra in teatro come il teatro si fa vita. Sommessamente. Palpiti del cuore. Riti magici. Buio in scena. Attesa palpitante. Quando la luce irrompe Fabrizio ricomincia a fotografare e vivere… solo lacrime, tristezza, sangue e felicità.
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“La fotografia di strada mi ha insegnato a guardare senza essere visto.”
“Ho imparato a fotografare nei riflessi spezzati delle vetrine e negli occhi degli sconosciuti. / Poi ho scelto la solitudine, non come fuga, ma come rifugio. / Sono stato avvolto dal mondo come in una pellicola sottile, trasparente e soffocante. / Gli occhi delle mie immagini non chiedono compassione, guardano dritto, consumati e lucidi, come di chi ha attraversato notti troppo lunghe per avere ancora paura del buio. / Nei miei sguardi c’è una resistenza ostinata: esistere, nonostante tutto. / La mia è una solitudine piena, mai vuota. / Non mi sono mai salvato davvero. / Ma ho imparato a restare. / E a volte, restare è la forma più pura di sopravvivenza.”

Simona Nannini
Bellissimo articolo.
Trasmette vulnerabilità e autenticità, come se la fotografia fosse più un atto vissuto che un prodotto
Laura Malaterra
Grazie Simona, mi piace molto la tua analisi e ti ringrazio per aver scritto queste parole. Laura
Fabrizio Ceci
Hai attraversato le mie immagini e ne hai raccolto il respiro più segreto.
Le tue parole hanno svelato il silenzio nascosto nelle mie foto.
Ti ringrazio Laura.
Laura Malaterra
Grazie anche a te Fabrizio, osservando le tue foto ho colto queste sensazioni ed è stato un tragitto molto coinvolgente.
Poi ho letto le tue parole e ora ti conosco un po’ di più.
Laura
Adam Waltonsky
Incredible work, wonderful thoughts and exceptional photographs
Laura Malaterra
Thank you for your fine words! Laura