Una stanza può contenere un mondo. Philippe è seduto nella sua poltrona rossa, alle spalle una finestra; la vita scorre là fuori ma a lui, per ora, non interessa. Continui pure a girare il mondo, lui è in attesa di una luce. Una luce d’oro, ma che non costa nulla. Aspettando quell’unico riflesso, che rischiarerà un particolare insignificante che diverrà una presenza aulica inondando lo spazio intorno, Philippe rimane in quella sospensione del tempo che allerta emozioni. Quando giunge, un raggio di quella luce irradia le amate cose che non sono più le solite cose del quotidiano, ma trascendono il loro uso, la loro forma, i loro colori, divenendo nuove entità.
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La chambre rouge e quel vestito flou che danza insieme a lei, inebriarsi in un ballo solitario in attesa di un vecchio foxtrot. Movimenti eleganti e morbidi, inviluppata in quella luce che sa di fragola, lei sta per scomparire dalla nostra vista. Il protagonista ora è quel letto invitante per un amore rosso fuoco, suggellato sotto una coperta calda come la passione.
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La meravigliosa nascita di una poesia universale dove una caffettiera, un bricco fumante e la colazione del mattino esistono al di fuori da qui, in un’altra realtà. Come quelle caffettiere, grattaceli risplendenti da strigliatura con paglietta, immersi nel fumo di Londra.
Così, ammliati e incuriositi da quell’universo poetico fatto di un nulla a cui non siamo più avvezzi, seguiamo Philippe Poitevin in quelle camere, ove lo struggimento per i luoghi di un tepore perduto nel tempo è un ritorno all’essenza della semplicità del vivere. Uno dopo l’altro si schiudono gli spazi del quieto vivere, con le felicità e gli struggimenti quotidiani; spiragli di porte socchiuse dove spiamo frammenti di una cucina, ghirigori di fumo, panni multicolori impilati come memorie della mente, una sedia che attende l’inizio dello spettacolo Les voisins.
Qundo arriverà l’oscurità avrà inizio la ricerca di quell’Aura che la notte rende visibile trasfigurando l’apparente conosciuto in uno sconosciuto incantamento.
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Camminiamo in punta di piedi, come dentro un quadro di Vilhelm Hammershøi con le sue stanze silenziose nei suoi interni domestici. Ritroviamo qui le stesse atmosfere, gli stessi sentimenti, gli stessi viaggi dentro realtà reinventate con occhi che scorgono sempre dolci incanti. E in Lire dans son bain e Portrait d’un chien dans la chambre vide ritroviamo anche la stessa luce nordica del pittore, un amalgama di grigi e bianchi soffusi di quella melanconia che cattura lo sguardo. Il traghetto reale naviga su di uno specchio che riflette il traghetto irreale. Il raggio d’oro, come “Il raggio verde” di Eric Rohmer, anche qui trasforma il fenomeno ottico in momento di grazia ed emozione.
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I titoli di Philippe descrivono tutto a meraviglia, divenendo anche loro una poesia in frammenti solari: Soleil du matin chez moi à Henrichemont, …e soleil peut-être… J’ai posé mon café sur le bord du fauteuil, Ces derniers petits rayons…
“Mi piace tantissimo fotografare le ombre, le luci e le persone. Mi piace vedere e catturare ciò che gli altri non vedono e passeggiare in questo piccolo mondo parallelo alla ricerca dell’immagine perfetta, una sorta di “Graal”. Non l’ho ancora trovato.”
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Elysa ci appare come una visione profumata di arancio; Yves è pensieroso e velato da un fumo argentato come i suoi capelli e quella tenda che lo racchiude in un antico quadro. Pére et fils studio sono una mirabile unione di sguardi la cui intensità ci lascia senza fiato.
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La finestra sul cortile ornata di bottiglie verdi è quella da cui si sbirciano le storie della vita che scorre, con attori inconsapevoli di esserlo che vivono e si muovono non sapendo di essere spiati; come nel famoso film omonimo di Hitchcock anche Philippe, come il protagonista James Stewart, seduto alla finestra guarda la gente che passa e cammina e si siede e poi sparisce davanti a scenari come in TV, dove tutto è straordinariamente vero nella finzione più audace. Philippe se ne sta lì, rimirando quella Fenêtre sur cour azzurro color favola, e si gode quelle vite, quei panorami, quelle case, quel mare che sfilano dinnanzi ai suoi occhi. E fotografa alla ricerca dell’immagine perfetta.
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Philippe Poitevin, nato nel 1962 a Parigi, è un fotografo autodidatta. Ha trascorso tutta la sua giovinezza in Corsica, terra d’origine di sua madre. Proviene da una famiglia di fotografi: il suo antenato Alphonse Poitevin (1819-1882) è noto per aver inventato diversi processi fotografici. Philippe fotografa fin da giovanissimo ed espone regolarmente sia nello Cher, dove vive, che a Parigi.
